Una protesta un po’ chic – di Laura Castagna

Negli ultimi mesi studenti e sindacati hanno protestato sia insieme che in  modo disgiunto contro l’alternanza scuola – lavoro. Questa Legge, la  105 del 2017, è stata introdotta dal governo Renzi con la Riforma denominata la “Buona Scuola”. Certo non è un’ invenzione di quel governo o quel ministro, in molti paesi della UE da molto tempo viene praticata. A quale necessità rispondeva questa introduzione?  Le aziende si lamentano che i diplomati hanno una preparazione dottrinale, lontana dalle necessità reali del mondo del lavoro, tanta teoria ma non spendibile in un mondo mutato e mutante. Giovani con poche capacità di relazione, di problem solving, e di scarsa conoscenza del mondo dell’impresa. Gli studenti stessi per anni hanno accusato la scuola di essere “metafisica”, di studiare cose non spendibili nel mondo del lavoro.

La Germania e la Francia attuano la compresenza della formazione in alternanza formativa, che prevede periodi di lavoro non retribuiti e che si svolgono sotto forma di stage e tirocini (cit. Erika Bartolini). Le diversità tra paesi europei sono molte ma l’introduzione e anche l’organizzazione rispondono alla necessità di assicurare ai giovani una formazione professionale che sia funzionale e adeguata alle richieste del mondo  del lavoro. I giovani studenti medi esibivano degli striscioni in cui era scritto “Vogliamo studiare non essere sfruttati”. Di fatto gli studenti  degli istituti superiori sono stati inseriti nelle aziende “disponibili” al progetto.  Queste aziende devono avere delle caratteristiche: essere sufficientemente grandi, organizzate, con personale che può essere dedicato alla” sorveglianza” degli studenti/ lavoratori.

Quali aziende in Italia hanno queste dimensioni? Quali aziende hanno queste prerogative? In maggioranza le aziende italiane sono piccole e medie con meno di 15 dipendenti.  Lontane per mentalità ma soprattutto per struttura organizzativa per accogliere gli studenti. Ed ecco l’“incubo McDonald’s” si concretizza, ma si comprende. Diciamo anche che ci vanno a nozze? Direbbe qualcuno.

Ho avuto esperienze dirette e quindi ho potuto osservare da molto vicino una di queste, in un ospedale per alcuni anni studenti di un Istituto superiore, venivano inseriti in un front office di un reparto. A volte questi erano funzionali al reparto,  imparavano in fretta e il reparto aveva un vantaggio secondario da questo inserimento.  Altre volte i ragazzi riuscivano solo a fare le fotocopie e neanche bene, erano un aggravio per il già pesante lavoro di front office, non sapevano rispondere al telefono, non sapevano dare informazioni, non potevano archiviare impegnative perché  c’è la privacy, niente di niente.

Insegnare a lavorare non è cosa da poco! Ben lo sa chi ormai da decenni ha adottato nella formazione universitaria ( Facoltà di medicina/ professioni sanitarie) il modello che vede circa metà delle ore di formazione con lezioni frontali di altissimo livello e l’altra metà in tirocini qualificati. Cioè proprio relativi a ciò che si è appreso e a ciò che si andrà a fare.  Questa formazione è affidata a tutor e gestita da tutor clinici, che la organizzano, la coordinano, la gestiscono. Un modello che il C.U.N. ( Consiglio Universitario Nazionale) definisce vincente visto che facoltà di Architettura e Ingegneria intendono adottarlo. Permette allo studente di essere un professionista in grado di rispondere appena laureato ai bisogni delle aziende dove opera, o dei cittadini se diventa un libero professionista. Ma i tutor non si improvvisano oltre ad essere professionisti di lunga esperienza nel campo, a loro le facoltà offrono strumenti di formazione come corsi, incontri,  strumenti con esplicitati gli obiettivi che devono fare raggiungere ai discenti. Insomma una vera rete formativa in cui questi hanno un ruolo.

Ben diverso è prendere 30 ragazzi e sparpagliarli in aziende disponibili. Trovate in fretta e furia, senza coinvolgere il personale che diventa a tutti gli effetti formatore. Anche friggere da McDonald’s può avere un enorme valore aggiunto,  basta leggere i libri di Normann sulla gestione strategica dei servizi. Pochi conoscono i motivi del successo di McDonald’s,  l’attenzione al cliente,  che devo dire negli ultimi tempi sta scemando. L’addestramento a mantenere i contatti oculari, l’introduzione della cucina a vista, tutte cose che per chi trova interessante troverete ben descritte nel libro di Richard Normann “La gestione dei servizi strategici”. Questo approccio ha fatto di McDonald’s il numero 1 in America,  sgominando la concorrenza enorme, perché lì tutti fanno hamburger. Certo il lavoro a disposizione è lontano dalla favola che si è raccontata dagli anni 80 in poi : una buona scuola, un bel fisico, un po’ di inglese e poi una scrivania con un computer. Dopo happy hour e via…

Senza mai sporcarsi le mani, senza mai perdere tempo, senza mai annoiarsi, ehh, magari con il cellulare in mano a chattare con gli amici. Questi stessi ragazzi finite le superiori se non andranno all’ università si troveranno molto facilmente a spiaggiarsi su un divano, a mandare migliaia di inutili curriculum, o di nuovo da McDonald’s, questa volta ben contenti. Oppure a lavorare gratis…come ben si sa. Credo che sia bene che i ragazzi conoscano prima il mondo del lavoro,  per ORIENTARSI.

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Aperto o chiuso? Accesso all’Università – di Laura Castagna

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Di recente si è riaperto il dibattito e lo scontro tra chi vuole l’università a numero aperto e chi invece ritiene che questa debba effettuare una “screenatura” preliminare, in ragione di una maggiore efficienza del percorso di studi.

Il rettore Professor Gianluca Vago, della Statale di Milano aveva infatti introdotto il numero chiuso a Lettere, Filosofia, Beni Culturali, Geografia e Storia. Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso dell’Associazione degli Studenti UDU, inficiando i test di ingresso che si erano gia’ svolti. L’ateneo ha recepito la decisione del tribunale amministrativo, e di non ricorrere al Consiglio di Stato per non turbare l’andamento dell’anno accademico riaprendo le iscrizioni agli studenti. Una possibile lettura della contrapposizione riduce l’accesso aperto ad una posizione tradizionalmente di sinistra,  e il numero chiuso, più economicistica, ad una di centro. Il problema è ben più complesso se prendiamo in  considerazione le solite classifiche OCSE in Italia: si laurea solo il 18% dei giovani, meno del Messico, contro il 37% degli altri paesi sviluppati. Inoltre la nostra Costituzione recita letteralmente all’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura…” e all’ articolo 34 ” La scuola è aperta a tutti “. La frequenza all’Università deve essere garantita anche a chi voglia farlo per amore del sapere della conoscenza? O riservarlo solo a chi cerca lavoro? Il sapere è un diritto immateriale dell’uomo: ” …fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza…”. Proprio l’italica terzina dantesca ci ricorda questo, e se mettiamo il numero chiuso, potrà mai ad esempio un soggetto, che dopo qualche anno di lavoro decide di voler conseguire una nuova Laurea,competere ai test di ingresso con il diciannovenne? Potrà magari inseguire un sogno di “canoscenza”? perché mai dovremmo mettere in competizione lo studente e il lavoratore che studiano?

Perché non ci sono professori, perchè negli ultimi anni non sono stati banditi concorsi per professori universitari, e, nonostante le carriere universitarie siano molto lunghe, anche i professori universitari a volte passano a miglior vita. Non ci sono forse neanche spazi ed aule: le nostre università necessitano di ristrutturazioni,  messe a norma e via di seguito. L’università non è una scatola vuota in cui pressare persone, ci vogliono risorse strutturali ed umane ed un’altra volta, il nostro Paese non ha investito su questo capitolo di spesa. I Rettori senza professori e aule cosa fanno? o non garantiscono la qualità o chiudono il numero. Non ci sono soluzioni. I ricchi vanno e andranno a studiare all’estero.

Così le nostre prestigiose Università rimarranno un bel ricordo.

Prove INVALSI – di Laura Castagna

 

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Alleluia, Finalmente ho capito da dove nascono le prove INVALSI.

Chi non ha figli e non appartiene al mondo della scuola rimarra’ freddo di fronte alla mia esultanza, ma le prove Invalsi rappresentano il tormentone dell’ultimo decennio della scuola italiana, per chiunque abbia a che fare con essa. La scoperta è stata casuale: cercavo come si collocasse la scuola italiana tra le scuole delle società occidentali ed ho trovato che l’Ocse stila un rapporto trimestrale, il Rapporto OCSE PISA sull’efficacia dei sistemi educativi. Una specie di Coppa dei Campioni della preparazione dei ragazzi nel mondo. Sì va bene, ma come fa l’OCSE a stilare il rapporto OCSE PISA? Domandona!          … proprio attraverso il risultato delle prove INVALSI. Il PISA PROGRAMME FOR INTERNAZIONAL STUDENT ASSESSMENT (Programma per la Valutazione degli Studenti), valuta la misura in cui gli studenti di 15 anni, che si trovano verso la fine della scuola dell’obbligo, hanno acquisito conoscenze e competenze chiave, essenziali per la partecipazione nella società moderna. Pisa 2018 avrà come dominio principale la competenza in letteratura, (reading literacy) che “si riferisce alla comprensione, all’utilizzo e alla riflessione su testi scritti al fine di raggiungere i propri obiettivi (…). Oltre alle prove di lettura gli studenti risponderanno a quesiti relativi alle competenze matematiche e di scienze”. Saranno utilizzati esclusivamente strumenti in formato digitale utilizzando 2 strumenti: prove cognitive e questionari di contesto.

Questo è il quadro internazionale in cui si inseriscono, con una logica   preparatoria e di verifica, le prove Invalsi che iniziano già nella scuola primaria. Bene, svelato il perché delle odiatissime Prove vediamo l’ultima classifica 2015, che ovviamente avrebbe dovuto essere stilata con regole uguali, altrimenti: come avrebbero potuto confrontare sistemi scolastici diversissimi, solo uniformando i risultati cioè la preparazione dei ragazzi? Le cose non vanno bene purtroppo! Prima classificata Singapore, secondo il Giappone, terza l’Estonia, intorno al 27° posto l’Italia. La media del punteggio per Singapore 556, per i nostri ragazzi 481. Gli ultimi, la Repubblica Dominicana con 332 di media. Sarà forse per questi tristi risultati che nessuno, ma proprio nessuno, vuole fare le Prove Invalsi, contro le quali i sindacati hanno indetto scioperi nazionali. Io ho provato a farle e vi invito, mamme e papà, a scaricarle da internet, sono difficili! Uno degli assiomi che sta alla base delle prove, è che per raggiungere le competenze necessarie alla piena partecipazione, gli apprendimenti che si devono acquisire si incardinino intorno alla logica e alla comprensione del testo, al problem solving. Su questi tristi risultati molti analisti si sono espressi e sono pubblicate sul sito OCSE PISA alcune possibili cause di queste:

bassi investimenti economici nella scuola

indirizzare le risorse dove ci sono maggiori difficoltà

assenza di valutazione esterna dell’insegnamento

molte assenze degli alunni anche se il numero di ore previsto è molto alto

poca formazione del personale docente

E’ mia opinione che le scarse performance dei   nostri docenti siano dovute al fatto che non hanno formazioni specifiche, poichè è da poco che per insegnare nella scuola primaria è necessaria una laurea. Anche i docenti della scuola media hanno una formazione eccellente nella materia che insegnano ma non una preparazione specifica nell’apprendimento, o almeno un master di sei mesi. Sta di fatto che la scuola non funziona secondo le nostre aspettative. Certo, spendiamo molto poco per la nostra scuola, e lo dimostrano l’obsolescenza degli istituti scolastici, la mancanza di una vera digitalizzazione, ma anche il fatto di aver mantenuto per decenni il corpo docente nel precariato, facendo invecchiare generazioni di maestre e professori che aspettavano una telefonata per una supplenza. Personale che mal volentieri e con grandi difficoltà economiche poteva effettuare aggiornamenti e formazione. Oramai in ogni attività professionale la formazione continua è sinonimo di qualità, la mancata digitalizzazione è anche frutto della residua ma massiccia resistenza delle persone che lavorano nella scuola. Molti docenti non possedevano un computer e pare che i famosi 500 euro “di Renzi” siano stati usati per l’acquisto almeno di tablet, male non hanno fatto almeno. Neanche le Università hanno tutte la copertura wire-less, figurarsi istituti e scuole secondarie e primarie.

Una grave arretratezza che i nostri giovani pagheranno in termini di opportunità lavorative.